L’INTERVENTO DI MONSIGNOR DARIO EDOARDO VIGANÒ IN APERTURA DI “GIUBILEI MEDIATICI”

03 Marzo 2026

Pubblichiamo l’intervento di Monsignor Dario Edoardo Viganò, presidente della Fondazione MAC, in apertura della Giornata di studi e rassegna cinematografica “Giubilei mediatici” che si è svolta la scorsa settimana all’Auditorium dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi a Palazzo Mattei di Giove a Roma.

Direttrice Suatoni, autorità, colleghe e colleghi, studentesse e studenti, amiche e amici,

credo non ci sia luogo più adatto di questo Auditorium dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi per dare avvio a una giornata che chiede alla memoria audiovisiva di uscire dai depositi e tornare voce e immagine, esperienza condivisa che interpella il presente. A nome della Fondazione MAC desidero anzitutto esprimere un ringraziamento sentito alla Direttrice Sandra Suatoni per l’ospitalità e per la visione che ha reso possibile un passo importante concretizzato pochi giorni fa: abbiamo infatti sottoscritto una convenzione tra ICBSA e Fondazione MAC che non vuole essere un gesto formale, ma mi auguro sia l’avvio di un cantiere stabile in cui competenze, patrimoni e responsabilità pubbliche si intrecciano. Un grazie sincero anche alla Rettrice Maria Amata Garito e all’Università Telematica Internazionale UniNettuno, per il sostegno costante alla nostra attività di ricerca e per l’alleanza accademica che dà continuità al lavoro del Centro di ricerca CAST. È un bene per le nostre istituzioni; e, soprattutto, è un bene per il Paese, perché le immagini e i suoni della storia cattolica italiana sono parte della sua coscienza civile.

La giornata che inauguriamo è, in fondo, una restituzione: restituzione alla comunità scientifica, agli studiosi e agli studenti, ma anche al pubblico più largo, di un patrimonio audiovisivo sugli Anni Santi spesso invisibile, talvolta smarrito, raramente interrogato con metodo. In questo senso, i tre momenti che compongono l’iniziativa – i due volumi, il documentario, la rassegna – non sono sezioni parallele, ma azioni intrecciate di un unico percorso scientifico e culturale.

La prima azione si sostanzia nel rigore della ricerca. I due volumi – l’edizione inglese History of the Holy Years through Mass Media (1900–2015): Media Jubilees per Palgrave e la versione italiana Giubilei mediatici. Storia degli Anni Santi attraverso i mass media (1900–2015) per il Mulino – nascono con una scelta chiara: guardare ai Giubilei come a un laboratorio privilegiato del rapporto tra Chiesa e media nel lungo Novecento, seguendone le metamorfosi dal cinema delle origini alla stampa e alla radio, dalla televisione alla comunicazione globalizzata. La struttura del libro, che attraversa i diversi media in fasi storicamente determinate, riflette questa prospettiva: i capitoli dedicati al cinema (1900–1933; 1950–2015), alla stampa e alla radio (1925–1950), e alla televisione (1950–2000) mostrano come l’Anno Santo diventi volta a volta cartina al tornasole dei mutamenti di linguaggio, di tecnologia e di politica dello sguardo della Chiesa nel mondo contemporaneo. È una storia di incontri e talora di attriti: dagli esperimenti pionieristici intorno a Leone XIII, alla disciplina delle riprese nelle celebrazioni ufficiali, fino all’uso consapevole delle dirette e delle mondovisioni, con momenti chiave come il 1950, il 1975 e il 2000. Ma soprattutto è una storia in cui si comprende quanto i media abbiano restituito – e in parte forgiato – l’immaginario pubblico del papato e di Roma, fino all’era recente, quando la transmedialità permette al messaggio di raggiungere “le periferie” senza perdere il suo baricentro evangelico. Questo itinerario è documentato con fonti vaticane e audiovisive e con una bibliografia che tiene insieme storia religiosa, media studies e politiche della comunicazione.

La seconda azione riguarda la traduzione divulgativa degli esiti delle ricerche. La docuserie web – una produzione di Officina della Comunicazione, realizzata con la fondamentale collaborazione di Cinecittà-Luce – non vuole “semplificare” la ricerca: vuole semmai provare a rilanciarla in un linguaggio diverso. E tenta di farlo con la misura che si deve a un pubblico vario: qualità narrativa, ritmo, interviste agli esperti ed esattezza filologica nel montaggio dei materiali d’archivio. È un patto di fiducia: se chiediamo agli archivi di aprire i depositi e alla cittadinanza di guardare con attenzione, dobbiamo offrire forme che sappiano parlare con chiarezza e cura, senza cedere alla superficialità divulgativa.

La terza azione è la tutela dell’eredità materiale. La rassegna cinematografica di questo pomeriggio è parte integrante e frutto delle azioni di ricerca e insieme è un momento di sensibilizzazione culturale: alcuni titoli che vedremo sono copie rare, altri sono stati recuperati e digitalizzati per l’occasione, tutti sillabano la grammatica di un cattolicesimo che si fa immagine in movimento: nelle durate brevi dei primi film, nelle cadenze dei documentari istituzionali, nelle produzioni puramente cinematografiche. Rivedere le vedute di Leone XIII accanto ai filmati dei Giubilei successivi significa cogliere un filo che non si spezza: il passaggio dalla rarità dell’apparizione filmata del papa alla normalità di una Chiesa che abita i media senza smarrire la propria differenza. Lo sguardo lungo sul Novecento, che i volumi offrono con puntiglio storiografico, qui prende il colore caldo di un film proiettato sullo schermo e il respiro della sala: la storia diventa restituzione di un’esperienza visiva. 

In questa sede dire che la Fondazione MAC mira ad essere un “attivatore culturale” non appare dunque una formula: è la descrizione del lavoro concreto che ci impegna ormai da un triennio con tante iniziative. Lo si vede innanzitutto dall’internazionalizzazione dei contenuti: l’uscita per Palgrave e la traduzione per il Mulino non valgono solo come approdo in collane editoriali prestigiose, ma come incontro tra pubblici diversi e come dialogo tra comunità di ricerca che non sempre si parlano. Si vede poi nella responsabilità educativa: il webdoc entra nelle aule universitarie e, insieme, nella rete internet, offrendo strumenti affidabili senza rinunciare al ritmo di un racconto ben costruito. E si vede, infine, nel servizio al patrimonio culturale: la rassegna di oggi, qui all’ICBSA, ricorda che la preservazione non è un semplice intervento tecnico, ma un processo pubblico — si riconoscono i materiali, si descrivono, si proiettano, si discutono — e poi si mettono a disposizione permanente, anche attraverso la Digital Library MAC, dove molti di questi documenti troveranno una casa ordinata e accessibile. In questo farsi ponte tra ricerca, istituzioni e società c’è, in fondo, il senso stesso di una fondazione come la nostra.

Non saremmo infatti qui senza una rete di alleanze che ha reso possibile ogni passaggio di questo percorso. Penso anzitutto all’ICBSA: l’ospitalità di oggi è già un segno, ma conta soprattutto la disponibilità a condividere metodo, spazi e responsabilità pubblica della memoria. Attorno a questo baricentro si sono stretti partner che, ognuno con il proprio timbro, hanno contribuito a dare forma al progetto: l’Institut Lumière, con la profondità storica delle sue collezioni; la Moving Image Research Collections della University of South Carolina, che ha messo a disposizione materiali rari e competenze archivistiche esemplari; la Cineteca del Friuli, custode di una tradizione di ricerca e di cura; Cinecittà – Archivio Luce, la cui collaborazione è stata preziosa anche per la traduzione divulgativa della ricerca; il CSC – Cineteca Nazionale e l’Archivio Nazionale Cinema Impresa, che hanno accompagnato con intelligenza critica i nodi della preservazione; l’AAMOD, con la peculiare sensibilità di Letizia Cortini che ha guidato molti passaggi di questo progetto e la curatela di questa giornata. E naturalmente l’Università Telematica Internazionale UniNettuno con il Centro di ricerca CAST, che ha garantito continuità scientifica e organizzativa, grazie anche al lavoro del professor Gianluca della Maggiore, che ha condiviso con me l’impianto complessivo e la cura operativa di questa giornata, intrecciando il suo lavoro di ricerca con un’attenzione costante alla dimensione progettuale.

La nostra gratitudine non è protocollare: in ciascun passaggio, questi partner hanno messo in comune competenze, fiducia e tempo. È questa la differenza tra un progetto che si annuncia e un progetto che accade davvero: quando gli archivi aprono i loro depositi, quando i tecnici si siedono accanto ai ricercatori, quando la filologia delle fonti incontra la responsabilità della diffusione pubblica. Solo così la memoria diventa bene condiviso e, soprattutto, promessa di futuro.

Vorrei allora tornare per un istante al cuore scientifico del progetto. Se la domanda è: “che cosa cambia nello sguardo sui Giubilei quando li guardiamo attraverso i media?”, la risposta è duplice. Anzitutto, cambia la scala: il Giubileo non appare più solo come rito locale con risonanza universale, ma come evento strutturato dai codici della mediazione del sistema mediatico: la scelta dell’inquadratura, l’uso della voce, la regia della diretta, la logistica della diffusione. E poi cambia la temporalità: il Giubileo non è più confinato nel calendario liturgico; entra nella memoria della società attraverso supporti che ne prolungano l’effetto – pellicola, nastro, file – e lo mettono nuovamente a disposizione per nuove letture critiche. È questo, in fondo, il senso di una ricerca che ha studiato il cinema, la stampa, la radio e la televisione nei loro contesti: mostrare che la Chiesa, nel Novecento, non ha solo “usato” i media; si è lasciata interrogare dai media, fino a riconfigurare i suoi stessi modi di essere nel mondo. 

Ora, se cambia lo sguardo sulla storia della Chiesa, devono cambiare anche le condizioni che lo rendono possibile. La qualità dell’interpretazione domanda infrastrutture adeguate: procedure chiare che rendano il patrimonio realmente accessibile e leggibile, filiere di lavoro condivise, responsabilità diffuse tra gli attori pubblici e gli istituti conservatori. Per questo serve una cornice istituzionale. La convenzione tra ICBSA e MAC nasce esattamente qui: per stabilire criteri comuni e pratiche operative – selezione, descrizione, digitalizzazione, fruizione – e per avviare insieme progettualità nuove. Penso, ad esempio, a una mappatura nazionale dei fondi sonori e audiovisivi ecclesiastici: uno strumento che aiuti a vedere l’insieme, a evitare duplicazioni, a individuare priorità di conservazione, e soprattutto a mettere in rete i soggetti più piccoli, che da soli non avrebbero accesso alle competenze e alle tecnologie necessarie. È un compito pubblico: qui si capisce bene che tutela e valorizzazione non sono vocaboli burocratici, ma parole che toccano la qualità della nostra democrazia culturale.

Mi piace pensare che, uscendo stasera, avremo fatto due esperienze complementari. La prima: avremo visto e ascoltato pezzi di storia che non ci appartengono soltanto come persone o come studiosi, ma come cittadini – perché la memoria dei Giubilei, piaccia o non piaccia, ha inciso sull’immagine dell’Italia nel mondo e sull’immaginario di generazioni. La seconda: avremo capito che questo lavoro può e deve continuare. Con l’ICBSA e con tutti i partner oggi presenti vorremmo portare avanti il programma: nuovi nuclei documentari per la Digital Library, momenti di formazione congiunta, e – perché no – una rassegna stabile che, anno dopo anno, rimetta in sala materiali rari, rimontando il nastro della memoria con gli strumenti del presente.

Grazie, Direttrice Suatoni, per l’ospitalità e per il coraggio istituzionale con cui avete voluto questa collaborazione. Grazie a tutte e a tutti voi, perché una giornata come questa nasce da uno sforzo condiviso e si compie solo se diventa bene culturale comune.

Buona giornata di studi, buona visione, buon lavoro a ciascuno.