DARIO EDOARDO VIGANÒ: IL CINEMA COME «ARTE DELLO SPIRITO», UNA SFIDA PER LA CHIESA E PER LA CULTURA
19 Novembre 2025
L’articolo del Presidente della Fondazione MAC, Monsignor Dario Edoardo Viganò, intitolato “Il cinema come «arte dello Spirito»: una sfida per la Chiesa e per la cultura”, pubblicato oggi, 19 novembre 2025, sul quotidiano Eco di Bergamo.
Ci sono discorsi che non si esauriscono nell’evento, ma aprono orizzonti. Quello di papa Leone XIV al mondo del cinema, il 16 novembre scorso, è uno di questi. Non è stato un semplice incontro con registi, attori e maestranze: è stato una sorta di manifesto culturale che restituisce al cinema la sua vocazione più alta. «Il cinema, quando è autentico, non consola soltanto: interpella. Chiama per nome le domande che abitano in noi e, talvolta, anche le lacrime che non sapevamo di dover esprimere». Parole che non si dimenticano, perché toccano il cuore del rapporto tra arte e vita.
Il papa ha parlato con franchezza della crisi delle sale cinematografiche, «una preoccupante erosione che le sta sottraendo a città e quartieri», e ha lanciato un appello alle istituzioni «a non rassegnarsi e a cooperare per affermare il valore sociale e culturale di questa attività». Ma il nucleo del discorso è altrove: nella scelta di definire il cinema come «arte dello Spirito», un’espressione che non è semplice ornamento retorico, ma indica una direzione precisa: fare del linguaggio audiovisivo un luogo di incontro tra umano e divino, capace di custodire la differenza e resistere alla «logica dell’algoritmo». Non è un caso che Leone XIV abbia evocato la responsabilità etica e antropologica dell’immagine: «La nostra epoca ha bisogno di testimoni di speranza, di bellezza, di verità: voi con il vostro lavoro artistico potete esserlo».
Questa prospettiva si inserisce in una linea storica che merita di essere ricordata. Nel 1936 Pio XI, con l’enciclica Vigilanti cura, auspicava che il cinema si trasformasse «in prezioso strumento di educazione ed elevazione dell’umanità», invitando a un’azione pedagogica che non si limitasse alla censura ma alla formazione dello spettatore. Pio XII, nei Discorsi sul film ideale del 1955, affermava: «Poiché il film riguarda l’uomo, sarà ideale» quelle che si adegua «alle primordiali ed essenziali esigenze dell’uomo stesso»: «la verità, la bontà, la bellezza». Paolo VI, nel messaggio per la prima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (1967), spronava gli operatori della comunicazione a dirigere ogni loro sforzo a «diffondere nelle menti la verità, nei cuori l’adesione al bene, nelle opere l’azione coerente». Giovanni Paolo II, nel Giubileo dello spettacolo del 2000, invitava gli artisti a non lasciarsi «condizionare dal mero interesse economico o ideologico», ma a trasfondere in ogni forma di intrattenimento «quel “lievito” evangelico grazie al quale ogni realtà umana sviluppa al massimo le sue potenzialità positive». Benedetto XVI, nell’Incontro con gli artisti nella Cappella Sistina (2009), parlava così ai suoi interlocutori «voi avete, grazie al vostro talento, la possibilità di parlare al cuore dell’umanità, di toccare la sensibilità individuale e collettiva, di suscitare sogni e speranze, di ampliare gli orizzonti della conoscenza e dell’impegno umano». Un tema che Leone XIV riprende quando dice ai registi: «L’arte non deve fuggire il mistero della fragilità: deve ascoltarlo, deve saper sostare davanti ad esso. Il cinema, senza essere didascalico, ha in sé, nelle sue forme autenticamente artistiche, la possibilità di educare lo sguardo».
Sul sito della Fondazione MAC (www.fondazionemac.it), Gianluca della Maggiore ha offerto una chiave di lettura preziosa: «Il punto di innovazione di Leone XIV può essere letto attraverso il rilancio di questi temi in chiave contemporanea contro l’omologazione algoritmica, anche per mezzo di un paragone audace che, con accenti poetici, rivela la sua identità culturale. Primo papa statunitense, per parlare di cinema non cita solo i Lumière ma si riferisce anche al suo connazionale David W. Griffith, uno dei padri del linguaggio cinematografico, intrecciando inconsuetamente le sue parole con il Vangelo di Giovanni per richiamare la vocazione del cinema quale “arte dello Spirito”». Una prospettiva che richiama il lirismo con cui Giovanni XXIII, ancora patriarca di Venezia, si riferiva al cinema definendolo «un’ardita cattedrale che si libra nei cieli» o una «possente sinfonia che penetra nei recessi delle anime».
Queste parole risuonano in continuità con il magistero di papa Francesco, che più volte ha definito il cinema «una catechesi di umanità». Non possiamo dimenticare che il 17 febbraio scorso era prevista la prima visita di un pontefice a Cinecittà, poi annullata per il peggioramento delle sue condizioni di salute: un gesto che avrebbe confermato l’attenzione della Chiesa per il linguaggio audiovisivo come spazio di incontro e di bellezza. Francesco ha più volte ricordato che «viviamo nel tempo dell’immagine» e che i documenti audiovisivi sono «complemento permanente alla documentazione scritta». Proprio questa consapevolezza, che lega il valore dell’immagine alla responsabilità della memoria, trova oggi un’eco indiretta ma profonda nel discorso di Leone XIV. Ed è in questa prospettiva che si colloca il lavoro della Fondazione MAC, con la nascita della Digital Library Memorie Audiovisive del Cattolicesimo, presentata a Palazzo Borromeo lo scorso settembre. Non un progetto tecnico, ma una risposta culturale: un ecosistema di memoria integrata che raccoglie e valorizza il patrimonio audiovisivo del cattolicesimo, dalle prime riprese di Leone XIII alle produzioni contemporanee in 4K. Conservare e rendere accessibili queste immagini significa custodire la storia e offrire strumenti per educare lo sguardo.
In questa luce il discorso di Leone XIV appare come parte di una strategia più ampia che chiede alla Chiesa di abitare il tempo dell’immagine con responsabilità e creatività. Perché il cinema, quando è autentico, non è solo spettacolo: è, per usare le parole di Prevost, «laboratorio della speranza», luogo dove la bellezza diventa invocazione e la fragilità si fa racconto. Una sfida che interpella tutti: artisti, istituzioni, comunità ecclesiale. Ma questa sfida non riguarda solo il presente: ci obbliga a custodire il passato. Conservare la memoria audiovisiva non è un atto tecnico, ma un gesto di giustizia verso le generazioni future. Perché in quelle immagini – dai fotogrammi del cinema delle origini alle opere attuali dei più grandi registi – si è costruita la memoria dell’umanità. E perderla significherebbe smarrire una parte della nostra identità.