CINEMA: “LA PORTA DEL CIELO”, RIVIVE LA STORIA
21 Luglio 2025
Pubblichiamo l’articolo, uscito domenica 20 luglio, sul quotidiano “Eco di Bergamo” di Gianluca della Maggiore, membro del Comitato scientifico della Fondazione MAC e Direttore del Centro di ricerca Catholicism and Audiovisual Studies (CAST), Università Telematica Internazionale UniNettuno.
Un film girato a Roma alla macchia tra il marzo e il maggio del 1944 in una città occupata alla mercé delle croci uncinate naziste. Un film del neorealismo italiano che pochissimi hanno visto che parla di malati e miracoli diretto da Vittorio De Sica e sceneggiato da Cesare Zavattini. Un film realizzato da una casa di produzione dell’Azione cattolica che vide il diretto coinvolgimento di papa Pio XII, con comparsate sul set anche del futuro Paolo VI, Giovanni Battista Montini. Un film le cui ultime scene furono girate eccezionalmente tra le solenni navate della basilica di San Paolo fuori le Mura che si trasformò in un’arca di salvezza per la troupe e gli attori proprio nei giorni più caotici e pericolosi della liberazione di Roma. Un film che ha ispirato una delle più memorabili sequenze del riconosciuto capolavoro di Federico Fellini Le notti di cabiria (1957). Ognuna di queste vicende, isolate singolarmente, basterebbe da sé per attivare l’interesse attorno a un film, ma se tutti questi elementi si trovano riassunti in un’unica opera cinematografica si capisce quanto il suo restauro e la sua piena fruibilità possano divenire un evento culturale di portata eccezionale.
Il restauro e il dvd
È questo La porta del cielo, il film firmato dal formidabile binomio De Sica-Zavattini in questi giorni tornato finalmente accessibile al grande pubblico con l’uscita del dvd prodotto dall’editore Mustang Entertainment grazie al coordinamento della Fondazione Memorie Audiovisive del Cattolicesimo e dopo un articolato lavoro di restauro e valorizzazione promosso nel 2022 dal Centro di ricerca CAST dell’Università Telematica Internazionale Uninettuno a cui ha portato anche il suo fondamentale contributo la bergamasca Officina della Comunicazione. Un evento di grande rilievo, che restituisce alla cultura italiana e mondiale una pellicola prodotta tra le macerie del secondo conflitto mondiale, testimone di una stagione drammatica ma anche ricca di speranza per l’Italia e per il cinema.
L’alone leggendario
La partecipazione diretta della Santa Sede a questa avventura cinematografica e le condizioni estreme in cui il film fu girato durante l’occupazione di Roma tra coprifuoco, bombardamenti e rastrellamenti, unite alla sua sostanziale invisibilità dopo l’uscita nelle sale nel 1945, hanno contribuito col tempo a circondare La porta del cielo di un giustificato alone leggendario che è andato al di là degli ambienti cinefili. Anche perché l’intreccio narrativo del film e la sua genesi produttiva si richiamano a vicenda: il pellegrinaggio di una comitiva di malati su un “treno bianco” dell’Unitalsi alla ricerca di un miracolo della Madonna di Loreto, fulcro centrale del film, è perfetta allegoria di sentimenti e situazioni vissute dai protagonisti durante le riprese in clandestinità, nel cuore della Città Eterna in balia degli occupanti hitleriani.
Una produzione “miracolosa”
D’altra parte, all’uscita nelle sale, tanta stampa dell’epoca fece leva proprio sull’inestricabile intreccio finzione-realtà per spiegare il significato profondo di un film che già nel suo cartello iniziale evocava la duplicità del dramma: quello immaginario impresso sulla sottile membrana di celluloide e quello vivo e reale vissuto dai protagonisti tra le polverose strade della Roma occupata: «Durante la prigionia di Roma, lottando contro difficoltà di ogni genere – recita il cartello –, uomini del cinematografo italiano realizzarono questo film sospinti dal desiderio di servire con l’arte, la fede cristiana». Il film «era l’incubo dei cineasti repubblichini che da Venezia minacciavano fulmini e saette contro gli organizzatori e contro gli attori», scrisse Carlo Trabucco su «Il Popolo». Mentre Ennio Flaiano (su «Domenica») giocò invece sull’inversione allucinatoria del rapporto tra vita e finzione che il film produceva: «La porta del cielo narra di miracoli. Il primo miracolo – mi sembra – è lo stesso film, portato a termine dopo sette mesi di lavorazione attraverso incredibili difficoltà».
De Sica salvatore di ebrei?
Nel corso degli anni l’aura mitologica che ha sempre più circondato il film ha costruito l’epica – tutta ancora da verificare – di un «De Sica, salvatore di ebrei» come titolò la stampa nazionale nel 2002, parlando di 300 perseguitati sfuggiti ai lager grazie al film. In attesa che la scoperta di qualche documento d’archivio possa far luce su questi aspetti (verosimili nella sostanza, non altrettanto nei numeri) quel che oggi appare certo, carte vaticane alla mano, è la reale volontà di Montini, sostenuto da Pio XII, di assecondare la produzione del film anche come parte dell’ampia trama di azioni di assistenza alla popolazione messe in campo dalla Santa Sede nelle ultime settimane dell’occupazione di Roma.
San Paolo come Cinecittà
A testimoniarlo l’autorizzazione più straordinaria, assecondata da papa Pacelli su idea di Montini: quella di concedere uno dei più importanti luoghi di culto della cattolicità come la basilica di San Paolo come teatro di posa perché fosse trasformata nella fittizia basilica della Santa Casa di Loreto, come poi apparve nel film. È davvero singolare che, proprio nelle ore frenetiche della liberazione di Roma, quando ogni manifestazione privata e pubblica era congelata dall’attesa e dalla paura, al chiuso dei portali di una delle basiliche maggiori di Roma una consistente massa di finti fedeli (Flaiano a caldo registrò almeno ottocento persone) stesse inscenando la conclusione di un pellegrinaggio della speranza invocando un miracolo dalla madonna lauretana.